martedì 13 dicembre 2022

 

 N. 9

Incontrare Il Sé che va avanti con la vita normale e le parti piccole del mio cliente.

 




Quando lavoro con i miei clienti e mi raccontano di certi stati d’animo o certi pensieri, mi capita di volgere il mio sguardo in basso sul tappeto. Lo faccio quasi senza rendermene conto…la mia immaginazione spontaneamente, si rivolge a bambini e ragazzini che vedo in atteggiamento sofferente o di difesa: chi accovacciato per terra, chi in cerca di una via di fuga, chi visibilmente scocciato e ostile.

Immagino al fianco del mio cliente adulto i bambini che è stato tanti anni fa, quelli che sono rimasti incagliati nel momento del trauma, bloccati nel loro terrore o nella vergogna bruciante oppure nel tentativo rabbioso di difendersi. Sono loro i bambini che Janina Fisher chiama “parti piccole”. Io assecondo la mia spontanea immaginazione che me li fa vedere proprio davanti a me e stimolo il cliente a fare altrettanto, di usare la sua immaginazione perché questa è un processo fisiologico che coinvolge e attiva molte aree del sistema nervoso. Immagino le parti piccole e creo un contatto empatico con loro nella speranza che così facendo il mio sistema nervoso si connetta con le aree del sistema nervoso del mio cliente che corrispondono a quelle parti piccole, cioè alle sue memorie traumatiche.

Nel parlare, mi rivolgo a loro piuttosto che al cliente adulto seduto difronte a me. Le parti piccole sono sedute in terra, oppure rannicchiate sul divano, o davanti alla porta dello studio pronte a scappare in caso di pericolo. Il loro aspetto dipende dalle storie di vita dei miei clienti, da ciò che loro esprimono con lo sguardo agghiacciato, oppure rabbioso, o timidamente rivolto verso il tappeto. “Lei è una persona adulta e certamente sarà in grado di affrontare la situazione, nello stesso tempo, percepisco una sua parte piccola, che parla attraverso attraverso la sua voce, che è in serie difficoltà”, dico. Allora la cerco nella stanza e mi rivolgo direttamente a lei, con delicatezza e rispetto, come sempre ho voluto fare con i bambini che ho incontrato nella mia vita da adulta.

All’inizio esprimo una mia sensazione: “quello così spaventato secondo me non è lei, ma una sua parte piccola”. Oppure: “vedo che è così arrabbiato, ma secondo me non è davvero lei che si sta arrabbiando in questo modo ma una parte piccola di lei”. Chiedo di attribuire un’età a quella parte…mentre il mio cliente tenta di capire quanti anni abbia, la visualizza nella sua testa, vi entra in contatto e questo fa accadere delle cose che non sono sotto il controllo della razionalità, ma sgorgano dall’inconscio. Si attualizzano delle memorie sotto forma di emozioni e di immagini che riguardano il contesto esterno in cui gli eventi passati sono accaduti… perché questo processo si attui e prenda forma devo aver instaurato un rapporto di fiducia con il cliente.

Prima di iniziare a fare questo lavoro è necessario che io speghi come funziona la terapia centrata sulle parti e cosa ci auguriamo. Quando spiego, il cliente sembra dimenticare il motivo per cui è venuto. Se è arrivato da me depresso o ansioso, per esempio, nell'ascoltare si calma, mi guarda con interesse, la fronte leggermente aggrottata nell'impegno di capire. Questa postura mi comunica che la persona è nel Sé che è andato avanti con la vita normale, che la corteccia prefrontale mediale è attiva, che le emozioni sono placate e il pensiero è lucido.

Quando individuo il Sé che va avanti con la vita normale, lo presento al mio cliente: “Ecco questo è lei!” Mi piace riconoscerlo nel suo pieno potere, capace e adeguato, soddisfatto di quello che fa. “questo è lei! Vede? È in grado di pensare, di decidere, di lasciarsi andare, di portare avanti un progetto, di prendersi cura di qualcuno, ecc. ecc.”

Non è facile distinguere il Sé che va avanti con la vita normale dalle parti.

Ma perché le parti sono così invadenti? Cosa succede? Il sé adulto si fonde e si confonde con la parte. C’è una vera e propria identificazione. Una volta una persona a me cara che era stata appena lasciata dalla moglie mi disse: “Lei è una bambina!”. Io, che ne conoscevo l’età continuavo a ripete “ma che dici? È una persona adulta!”. Avevamo entrambe ragione.

Come avviene questa fusione. E come separare il Sé dalla parte?

Durante le sedute mi capita di percepire i contorni della persona adulta e di conoscerla per quella che è. È bello poterla incontrare, constatarne l’esistenza e vederla nelle sue vere sembianze. Alcuni sono frequentemente nel Sé adulto. Altri quasi mai. I primi ci mettono poco a riconoscersi nel Sé di oggi. Li invito a stare nella loro pelle, a respirare, ad allungare la colonna, a sentire la calma che avvertono e la stabilità. Allora sento che è possibile fare il passo successivo: incontrare le parti piccole.

Il lavoro più complesso e difficile è quando la persona sperimenta la sua vita fusa nelle parti, perché io non riesco a distinguere il suo Sé adulto, ma vedo solo la parte piccola. Potrebbe essere pressappoco come incontrare qualcuno per la prima volta in mezzo alla nebbia, oppure provare a metterne a fuoco il volto senza gli occhiali. Ci può volere molto tempo prima che io riesca a dare delle fattezze al Sé che va avanti nella vita di oggi. Quando accade è una grande emozione. Può succedere quando meno me lo aspetto: il cliente mi racconta, senza farci caso, degli episodi in cui il suo comportamento è stato efficace e adeguato: invece di perdere la calma, si è rivolto al figlio disperato per consolarlo; ha risolto un problema all’amico in difficoltà; ha affrontato con assertività il superiore che stava commettendo un abuso.

È la stessa persona che per giorni ha mostrato solo le sue insicurezze e ha detto di sentirsi incapace a fare tutto. Attraverso il suo racconto ha confermato ciò che Janina sostiene nel manuale: tutti abbiamo un Sé della vita che va avanti. Basta solo cercarlo.

Una volta riconosciuto il Sé della vita di Oggi, è tempo di fargli incontrare le parti piccole.  Di loro vi parlerò nel prossimo articolo.

 

 

 

 

 

giovedì 24 novembre 2022

 

N. 8 il Sé della vita di Oggi in terapia.

Per svariati anni sono stata una cliente, o una paziente come dicono la maggior parte dei miei colleghi psicoterapeuti. Andavo in terapia riponendo molte speranze. Arrivavo con un bagaglio di cose da dire su cui avrei dovuto “lavorare”. Anche se studiavo psicologia, e quindi avrei dovuto sapere che non era così, immaginavo che il mio psicoterapeuta fosse depositario di qualche verità. Lui o lei, a seconda del momento, mi avrebbe guidato fuori dai miei problemi e credevo si sarebbe impegnato moltissimo per sopperire a tutte le mie mancanze attuali e passate, per compensarle e per rendermi idonea alla vita al pari delle persone che conoscevo. Mi accusavo di essere un osso duro, o “di coccio”, come dicono a Roma, la città in cui vivo. Eppure, tutti gli sforzi di quei poveri psicologi non bastavano a cambiarmi.

A volte leggevo nei miei libri di studio che lo psicologo non può sostituirsi ai genitori che furono e che il cliente stesso, non essendo più un bambino, avrebbe dovuto fare tutto il lavoro da Sé. Questa notizia mi avviliva. A volte sentivo parlare di RIGENITORIALIZZAZIONE e allora mi entusiasmavo: Il Genitore interno negativo (Persecutorio o Iperprotettivo, come si dice in Analisi Transazionale), doveva cedere il posto ad un Genitore interno positivo (Normativo e Affettivo). Ma non capivo come si realizzasse tutto ciò, cosa avrei dovuto fare come cliente o come terapeuta.



Avevo ben presente come fosse una madre affettiva e normativa allo stesso tempo, però come trasformare il genitore interno da negativo a positivo restava un mistero.

<<Ha un Super Io persecutorio, rigido…>> mi sembrava di sentire gli psicoanalisti commentare sullo stesso argomento…Winnicott invece mi carezzava l’anima con l’evocazione della madre “sufficientemente” buona che attraverso i suoi piccoli fallimenti e le sue tante riuscite poteva rafforzare il Sé del suo bimbo, e vederlo crescere sereno e sicuro, capace di tollerare le normali frustrazioni della vita.

Chi deve curare i Sé insicuri e feriti di quegli adulti che hanno avuto madri (e padri) insufficientemente buoni, quando non addirittura cattivi? Mi chiedevo perplessa.

Lo psicoterapeuta può alla fine svolgere questa funzione? C’era chi diceva sì e c’era chi diceva assolutamente no!

Non siamo SOLO degli ex bambini, mi disse una volta un mio Super Supervisore. E io ci rimasi leggermente male, come se da un cesto sospeso nel vuoto venissero fatti cadere un mucchietto di neonati, portati via dal vento, spariti, tristemente, e io non potessi farci niente. Cosa siamo allora se non degli ex bambini …degli ex adolescenti e poi degli ex adulti quando diventiamo vecchi…Lui aveva sicuramente detto non siamo SOLO degli ex bambini, me lo ricordo bene, ma io non sapevo cosa immaginare di diverso, di nuovo. Ma la farfalla è SOLO un ex bruco o no?

Da terapeuta ho continuato a dibattermi tra questi dubbi, alternando maternalismo a maieutica. <<Solo tu sai chi sei e cosa vuoi. Io, terapeuta, non posso dire a te come essere felice>> (felice è da intendersi libero da dolori che appaiono alla coscienza insensati e permanenti). <<Ti faccio vedere io, terapeuta, com’è essere tenuto, accolto, rispettato così che tu possa sperimentare per la prima volta un buon accudimento>>

La terapia prometteva di apprendere cosa fosse soddisfare i bisogni antichi inespressi, chiudere delle gestalt aperte, come dicono i gestaltisti, riparare vecchie ferite, come se si viaggiasse nel tempo per tornare indietro…

La risposta a tutte le mie domande è venuta piano piano grazie alla psicoterapia gestaltica in gruppo. È stato lì che ho percepito nitidamente la trasformazione. Il mio genitore interno negativo si riduceva sempre più mentre il mio genitore positivo trovava forma e accoglienza. Ho cominciato a percepire le mie braccia come morbide e forti, il mio ventre caldo e potente, il mio cuore ospitale. Chi mi sceglieva per interpretare il ruolo di genitore positivo credendo di trovare in me la cura per le sue profonde ferite, non sapeva che regalo mi stesse facendo, che opportunità mi stesse dando. Interpretando il ruolo di una “madre” positiva ho imparato che accogliere persone in lacrime, che in quel momento erano tornate bambine, asciugare le loro lacrime, consolarle e amarle come figli miei (o parti piccole di me), mi trasformava. Da inetta, vulnerabile, ostile, insufficiente, bisognosa, ecc. ecc. mi incarnavo in un essere forte e sinceramente affettuoso che altro non doveva fare che sentire profonda compassione per chi si rifugiava nelle sue braccia. E questa compassione generava una durevole metamorfosi…

È stato grazie a Janina Fisher, alcuni anni dopo, che ho compreso il potere auto curativo di quanto avevo vissuto nei miei gruppi di gestalt therapy: avevo sperimentato il mio Sé della vita di oggi. Quando venivo chiamata a fare il genitore buono prendevo coscienza dal di dentro del fatto che ne ero capace, che io ero realmente così. Piuttosto che riconoscermi solo nelle mie angosce e nelle mie debolezze, potevo vedere me stessa nella mia forza e nella mia positività.  Quella ero IO, il Sé della vita di oggi, quella adulta. Mentre quando mi sentivo ferita, vulnerabile, sofferente e inetta, quella non ero io, ma una parte piccola di me. Questo avrebbe detto la Fisher e questo avrei compreso meglio qualche anno più tardi studiando il suo manuale. Nei gruppi mi percepivo capace e positiva e prendevo sicurezza in me stessa, infatti, ero molto richiesta, ed era una sensazione bellissima mai provata.

Nel suo libro Janina Fisher dice che tutti, ma proprio tutti, hanno queste competenze, anche se non ne sono consapevoli. Lei però, essendone fortemente convinta, non fa che cercarle e riportarle alla coscienza dei suoi clienti.

Il terapeuta aiuta il cliente a riattivare il Sé della vita di oggi attraverso varie tecniche: il contatto con il proprio respiro, il mettersi seduti con la schiena eretta, il percepire le reali dimensioni del corpo, la barba sul volto se uomo, il seno se donna, per esempio, la robustezza della muscolatura o la grandezza delle mani; l’invitare il cliente a ritornare con la memoria a quando si è preso cura di un gattino abbandonato, oppure ha protetto un fratello minore, o ha accolto un amico disperato.

All’inizio il cliente può fare una certa resistenza ad ammettere di essere adulto e autonomo, anzi di essere addirittura in grado di offrire il suo aiuto ad altri. I clienti arrivano in terapia completamente identificati nel loro problema e fusi nelle loro ferite. Chiedono al terapeuta di essere curati in qualsiasi modo. Come dei bambini smarriti allungano le loro braccia verso colui che dovrebbe salvarli. Il terapeuta invece detiene quella fiducia incrollabile sulle abilità del cliente: “mai mi prenderei realmente cura di un uomo adulto, o di una donna adulta come lei. Non voglio rafforzarle l’idea che ha di sé stesso, cioè di essere ancora inerme e piccolo. Io so che ho davanti una persona grande e grossa capace di badare a sé stessa e agli altri”.

Riconoscere e indossare finalmente gli abiti del Sé della vita di oggi è il primo passo nella Terapia e per la rigenitorializzazione…adesso so come si fa.

giovedì 3 novembre 2022

 

N. 7 Il Sé della vita che va avanti e le Parti Piccole.

 



Il Sé della vita che va avanti è quella parte di noi che è in contatto con la realtà e che ci permette di adattarci alla vita di tutti i giorni. Un bambino maltrattato o un bambino trascurato, che subisce un’educazione violenta, oppure che è vittima di bullismo, un bambino che non è “pensato” da un adulto di riferimento, che è “fuori dalla testa” di qualcuno che lo ama, può ugualmente trascorrere del tempo serenamente. Una volta scoperto che un certo ragazzino veniva malmenato dal padre, le sue insegnanti ammisero di non essersi accorte di nulla perché lo vedevano giocare con i suoi compagni ed aveva un rendimento scolastico sufficiente.

Un bambino infelice può entrare e uscire dalla propria infelicità e in certe situazioni a lui congeniali può trovare la concentrazione necessaria per svolgere delle attività, proprio come gli altri bambini. Le emozioni provocate dalle brutte esperienze sono temporaneamente archiviate e può vivere momenti di gioia e di soddisfazione. In questo modo il bambino può crescere, diventare adulto e prendere la sua strada come se nulla fosse successo, in apparenza.

Dalla scuola media si passa al liceo, poi anche all’università oppure si trova lavoro. Si fanno delle amicizie e si coltivano degli hobby. Ci si innamora e si mette su famiglia. Il Sé della vita che va avanti fa una vita normale e a volte anche di successo. Può godere di una buona reputazione.

Il Sé della vita di oggi ha l’età anagrafica della persona. Ha una propria morale e dei propri gusti. Ha appreso tante cose dall’esperienza e si relaziona abbastanza bene con gli altri. Sa essere protettivo con chi è in difficoltà, sa essere accudente, sa contenere le emozioni forti e sembrare calmo.

Il Sé della vita di oggi è stato considerato da molti studiosi come un Falso Sé, perché dietro la sua adeguatezza apparente nasconde emozioni, pensieri e azioni di opposta natura. Io dire più che dietro, a fianco. Immagino il Sé della vita di oggi avanti, ma solo di un passo, mentre alla sua destra e alla sua sinistra si scherano le altre parti, più piccole. Il Sé della vita di oggi si adopera nella costruzione di una vita dignitosa e soddisfacente, adeguata alle richieste dell’ambiente. Le altre parti, in latere, si esprimono in modi che appaiono inopportuni al contesto, fuori luogo e incoerenti con il carattere del Sé della vita di oggi.

Quest’ultimo è quello in cui ci identifichiamo e su cui basiamo la nostra autostima, sino a che uno psicologo non ci dice che invece è il nostro Falso Sé.

In effetti qualche dubbio lo avevamo avuto. Perché certe cose che abbiamo detto senza trattenerci, certe cose che abbiamo fatte un attimo prima di pentircene amaramente, veramente non ci appartengono, non le riconosciamo come nostre e ci fa fatica assumercene la responsabilità, anche se poi siamo costretti a farlo!

Sembra che una Penelope nascosta si impegni con perizia a smontare ordito e trama pazientemente intessuti. Molti parlano di un sabotatore interno oppure di una tendenza autodistruttiva che sopravviene quando meno ce lo si aspetta.

Janina Fisher direbbe invece che i responsabili di questi comportamenti non siamo Noi, piuttosto lo sono le cosiddette “parti piccole” connesse ai traumi infantili oppure quelle che le vogliono proteggere, anch’esse piccole ma un po’ meno. E sempre Janina Fisher si opporrebbe all’idea di Falso Sé per sostenere con fierezza ch’esso è invece quanto di più autentico siamo, il prodotto di una vita intera: un Sé adulto capace e volenteroso che ha un solo limite, quello di venire triggerato da eventi occasionali e di fondersi come burro al sole nelle parti piccole che si attivano in automatico. Le parti sequestrano il Sé e, condividendone lo stesso corpo, vengono scambiate facilmente per la persona intera, piuttosto che per una sua piccola parte triggerata.

In inglese trigger vuol dire grilletto. Io invece immagino un classico interruttore da parete, di quelli all’entrata della stanza e che accendono con una leggera pressione del dito il grande lampadario al soffitto. Con un clic la parte si accende e il Sé della vita di oggi si perde come un ago nel pagliaio.

Ma cosa sono queste “parti piccole”?

Ricordate i bambini dietro le saracinesche. Sono proprio loro. Lì e allora. Che reagiscono come reagivano al momento drammatico del trauma, per difendersene.

Ciò che credevamo di essere si fonde quindi nella loro di personalità, che non tiene più conto di ciò che realmente ci interessa e si appropria della nostra volontà. Ma nessun giudice ci considererà mai incapaci di intendere e di volere come dei piccoli ragazzini impauriti oppure arrabbiati, sottomessi, in fuga oppure sotto shock. E noi dovremo nostro malgrado accettare le conseguenze delle nostre azioni. In effetti siamo noi e nello stesso tempo non siamo noi…alla fine possiamo sentirci confusi e non sapere più bene chi siamo in realtà, e se ci basiamo su queste azioni impulsive forse non piacciamo neanche tanto a noi stessi.

Ad un certo momento ciò che l’interruttore ha acceso piano piano si spegne e torna al comando il Sé della vita di oggi.

Il Sé della vita di oggi può essere anche una montatura, ma è sempre frutto della nostra creatività. Rispecchia più di chiunque i nostri valori interiori ed è il risultato del nostro migliore adattamento alla vita che abbiamo vissuto. È flessibile. Può modificarsi all’occorrenza, non smette mai di imparare. Ha i punti per governare e se reso consapevole può dare una svolta alla vita e scoprire di non essere condannato a fondersi con le parti piccole, ma di poter conservare una sua autonomia. Anzi può entrare in contatto con esse e integrarle. Il Sé della vita di oggi è il miglior alleato dello Psicoterapeuta. È colui che ci va in psicoterapia e che può contribuire alla sua riuscita. 

Le parti piccole della personalità, possono essere cautamente liberate e riconosciute. In che modo? Prima di tutto facendo amicizia con loro, dice Janina Fisher. Il mio maestro Edoardo Giusti ci diceva che la psicoterapia è arte dentro un perimetro scientifico. Il modo in cui gli elettrodi (dell’allegro chirurgo) entrano nelle diverse parti del sistema nervoso per riattivarlo è quello dell’arte e del gioco, inventati entrambe dallo stesso sistema nervoso umano e di cui si hanno tracce importantissime anche tra gli uomini preistorici e in tutte le culture della terra. L’arte, il gioco e il sogno aggiungerei. Attraverso l’immaginazione è possibile raggiungere i bambini abusati, abbandonati, smarriti…penso al mio libro preferito nell’infanzia, Peter Pan che non è altri che un ragazzino abbandonato dai suoi genitori, che non può crescere, sebbene possa volare, e che per tutta la sua eterna vita deve combattere un nemico cattivo, un adulto vendicativo che lo vuole morto. Peter pan non è solo, ma con lui ci sono tanti bambini smarriti che non cresceranno mai.

 

Lo Psicoterapeuta è come un Medium che aiuta il Sé della vita di oggi a riconoscere le parti piccole misconosciute, a de fondersi da esse, a prendersene cura per poterle integrare. Così avviene lentamente l’integrazione tra parti che prima passavano dalla disconnessione totale alla fusione estrema. Il timone passa nelle mani del Sé della vita di oggi che finalmente adulto sa fare molto ma, molto meglio degli adulti di un tempo, anche grazie al supporto dello psicoterapeuta.

 

La psicoterapia può rappresentare dunque una macchina del tempo formidabile che conduce l’adulto alla ricerca dei suoi bambini interiori rimasti intrappolati dietro le saracinesche, per salvarli definitivamente e amarli come ogni bambino merita.

 

martedì 25 ottobre 2022

 

N.6 Il trauma infantile e il disturbo borderline di personalità.

 


È proprio una persona sensibile! Ipersensibile, direi. soffre per un nonnulla…È incontenibile, aggressivo, non gli puoi parlare…Fa cose sconsiderate, è troppo impulsivo, farà una brutta fine se continua così.  

Ipersensibilità, impulsività e aggressività e la diagnosi è ad un passo da te, pronta ad etichettarti, come un barattolo di pomodori pelati che si rispetti, sul banco di un supermercato.

Ogni epoca ha le sue “patologie”, la nostra è caratterizzata dal proliferare dei disturbi di personalità borderline e narcisista. Se ne sente parlare in tv e sulla rete, da esperti o da chi ne è personalmente affetto. Andate su Google e saprete tutto ciò che vorrete sapere. Grazie a Internet e ad alcuni canali come Facebook o Tik Tok , chi ha una diagnosi o una difficoltà, può ritrovarsi in un video che testimonia una esperienza personale, allo scopo di essere d’aiuto ad altri, per esempio, dimostrando che si può essere felici anche se privi di un arto o “poliamorosi” o con la sindrome di Tourette.

Di questi tempi è facile ricevere la diagnosi di disturbo di personalità borderline: un adolescente fuori controllo; una persona eccessivamente impulsiva o con comportamenti autodistruttivi; una persona gravemente autolesionista, sessualmente promiscua, aggressiva, dipendente da sostanze ecc. Ma il tratto distintivo riconosciuto oggi dagli esperti di DBP (Marsha Linehan) è l’ipersensibilità emotiva, l’estrema vulnerabilità, che porterebbe ad avere comportamenti sconsiderati e inaccettabili.

Cerco di farla breve, sperando di riuscirci:

I problemi psicologici sono di diversa natura ed entità. 

1) nevrosi

2) disturbi di personalità 

3) disturbi psichiatrici. 

I primi possono presentarsi nella maggior parte di noi e possono essere trattati con un counseling psicologico nei casi più semplici, oppure con una psicoterapia. 

I disturbi di personalità sono più complessi e difficili da affrontare. 

I disturbi psichiatrici sono i più gravi e necessitano spesso di un intervento integrato tra farmacoterapia e psicoterapia. 

 

Per molto tempo ho sospettato che la diagnosi di disturbo borderline nascondesse un giudizio negativo da parte del sistema curante contro la persona che ne soffriva.

Un po’ come oggi accade per il disturbo narcisistico, spesso citato dai giornali quando scrivono di femminicidi. È curioso che chi soffra di depressione venga colpevolizzato per la propria immensa inspiegabile sofferenza. Il Borderline invece lo è sia per la sofferenza che prova egli stesso, che per quella che reca a chi gli sta vicino. Il narcisista, che ha una forte armatura difensiva, è condannato dalla società per la sofferenza che provoca negli altri, perché lui sembra non avere sentimenti.

Per anni ho guardato con triste dolcezza alle persone con diagnosi borderline, sospettando in cuor mio di averla anche io, e ho rifiutato di approfondire quegli approcci terapeutici che le descrivevano persone manipolatrici, invischianti, violente. Eppure, sapevo che spesso sono proprio così, che avere un amico borderline non è cosa facile, curarlo con la psicoterapia un gioco d’azzardo. Restavo a distanza temendone la “distruttività”, nello stesso tempo sentivo dentro di me che non c’è colpa in loro, ma un disperato grido d’aiuto.

Van der Kolk mi ha dimostrato che avevo ragione: dopo aver studiato per anni i sopravvissuti alla guerra del golfo, all’attentato delle torri gemelle o a gravi calamità naturali, mise a confronto due gruppi, uno che aveva vissuto traumi importanti e abusi nell’infanzia e un altro con diagnosi borderline.  Scoprì che il primo gruppo presentava comportamenti rientranti nella diagnosi di borderline e che il secondo aveva vissuto traumi e abusi in tenera età, arrivando a dichiarare, dati alla mano, che la gran parte dei disturbi cosiddetti borderline sono invece la risultante di traumi infantili ripetuti e continuativi, che sviluppano nei bambini uno stile di attaccamento insicuro disorganizzato che li renderebbe poco adattabili alla vita adulta e alle relazioni d’amore.

Secondo Van der Kolk il disturbo borderline, se provocato dalle esperienze traumatiche precoci, potrebbe essere inquadrato nella diagnosi di disturbo post traumatico infantile. Suona diverso, no? fa pensare ad un bambino che è stato infelice ed è diverso dal dire "è manipolativo e distruttivo"

Quando nella storia di vita non dovessero rintracciarsi evidenti maltrattamenti e abusi, la persona potrebbe aver vissuto comunque dei traumi importanti nella sua infanzia, traumi di cui non ha consapevolezza, né ricordo alcuno che non sia il malessere che si porta dentro. 

“Ho avuto una mamma chioccia molto protettiva…” mi ha raccontato un’amica con una dipendenza affettiva e ansia da solitudine “…eppure piangevo per ore quando restavo a casa la notte con mia sorella piccola perché i miei lavoravano sino a tardi in un bar poco distante”. Senza scomodare i disturbi di personalità né quelli psichiatrici come il DID (Disturbo dissociativo dell'Identità) e la Schizofrenia, molti sintomi psicologici sembrano essere prodotti dalla frammentazione della personalità infantile a causa di esperienze precoci dolorose e traumatiche.

Immaginare le reazioni incomprensibili, disorganizzate ed eccessive dei borderline, come reazioni involontarie, tipiche di chi ha vissuto dei forti traumi, riconoscere nei loro occhi l’angoscia di un bambino, la ribellione estrema di un adolescente, l’orrore senza nome di un fanciullo abusato o maltrattato o abbandonato, mi ha persuasa della necessità di essere delicatissima con queste persone, perché, a loro insaputa, dentro la loro mente e il loro corpo si muove un bimbo traumatizzato.

Oggi lo studio delle neuroscienze permette di avere un riscontro scientifico ed empirico su come funziona la mente e su come reagisce il sistema nervoso delle persone traumatizzate. E, sempre grazie alle neuroscienze, si può osservare come la psicoterapia generi una trasformazione nel cervello plastico delle persone adulte, in un modo che mi fa pensare ad un gioco molto in voga tra i bambini della mia generazione, l’allegro chirurgo (https://it.wikipedia.org/wiki/L%27allegro_chirurgo )

Con la psicoterapia è come se fosse possibile inserire degli elettrodi nel cervello e attivare alcuni punti del sistema nervoso che per anni hanno interrotto le connessioni neuronali tra loro. Gli elettrodi genererebbero un’energia elettrica che si propagherebbe da un punto ad un altro rimettendoli in contatto. Penso al gergo dell’arrampicata, in cui lo scalatore apre una nuova via che altri dopo di lui possono ripercorrere. La psicoterapia grazie alle sue tecniche apre nuove vie che ripristinano il funzionamento ottimale del sistema nervoso e integrano tutte le parti della personalità.

Il dolore emotivo avrebbe la funzione di mantenere la separazione tra parti del cervello, che per difendersi si sono dovute isolare l’una dall’altra. La psicoterapia fa sperimentare al cliente che non c’è più nulla da temere e da cui difendersi, per cui il dolore si attenua sino ad affievolirsi e a sparire del tutto. Trattando in questo modo le persone affette da disturbo borderline/disturbo post traumatico infantile, si cura la loro disperata ipersensibilità.

 

mercoledì 5 ottobre 2022

 



N. 5



Gli psicoanalisti e tutti gli studiosi di psicologia hanno cercato di disegnare la mappa della mente e della personalità. È stato da subito chiaro che non siamo un tutt’uno, ma comunque ci disegniamo, dobbiamo delimitare delle parti, dei sottoinsiemi di noi, degli alter ego che a volte non si conoscono tra loro, altre invece cercano di comunicare l’uno con l’altro, altre litigano apertamente entrando in conflitto e creando dei blocchi o delle alternanze imbarazzanti. Freud parlava di un tale Super Io che entrava in conflitto con l’Es e di un gran daffare dell’Io per tenerli a bada entrambe al fine di adattarsi alla realtà. Anche Jung faceva riferimento alle parti e Berne disegnava dei cerchi che rappresentavano i 3 stati dell’Io: Genitore, Bambino e Adulto che avrebbero dovuto dialogare affettuosamente tra loro, invece di dedicarsi a giochi tossici, come invece accadeva di solito.

Quando ero ragazza intuivo di non essere una e avrei voluto nominare ognuna di me in un modo diverso. Oggi userei il cambio di cappello per rendere riconoscibile agli altri quale me si sta esprimendo. Su Netflix e su altri canali internet si possono trovare film, documentari e testimonianze di persone che hanno personalità multiple con diagnosi di disturbo dissociativo della personalità (DID). Per star bene è necessario che queste parti della personalità siano quanto più integrate possibile, che  sia la Parte Dominante Adulta abbia consapevolezza dell’esistenza delle altre parti e che si crei tra loro una certa armonia. Il malessere spesso è dato dall’incompatibilità tra le parti, come quei matrimoni che vanno in crisi per la cosiddetta "incompatibilità di carattere". Eppure, nel linguaggio corrente siamo abituati a definire la persona come “Una” e nella pratica a non sapere cosa farcene delle nostre contraddizioni, provando diffidenza, senso di colpa, autocritica.

Un adulto che vive un grande trauma, ne incamera il ricordo in posti diversi del sistema nervoso che innesta tutto corpo. L’accaduto si frammenta in moltissime forme: in esperienza visiva, in esperienza tattile, in esperienza emotiva, in esperienza gastrointestinale, respiratoria, cardiaca, motoria, uditiva, cognitiva, ecc. ecc. . Il ricordo viene fatto a pezzi e archiviato in luoghi diversi del cervello e del corpo. Mi ha colpito molto quell’esperimento in cui si chiedeva ad un adulto di raccontare il giorno più bello della sua vita. Detto fatto, le cose si susseguivano secondo un ordine temporale, ciò che è accaduto prima e via via ciò che è accaduto dopo sino alla conclusione: il giorno del matrimonio, il giorno della laurea, un viaggio speciale. Alla stessa persona (selezionata perché nella sua vita era stata vittima di una tragedia, di uno shock, di una violenza) si chiedeva di raccontare il giorno più brutto della sua vita. E qui arriva il difficile! C’è un po’ di disordine nella memoria degli eventi, cosa è accaduto prima e cosa dopo? Non c’è certezza. Flash, immagini che si sovrappongono come fotografie sparse in un cassetto, sensazioni strane e incomprensibili… buchi di memoria.

Il sistema nervoso ci protegge dal ricordo del trauma rendendone difficile l’accesso, non si parla di una vera e propria amnesia, ma di difficoltà mnestiche che complicano il recupero e la comprensione delle informazioni. In caso di brutti eventi difficili da sopportare e che potrebbero mettere a rischio la nostra sopravvivenza fisica e psicologica, possiamo contare su saracinesche automatizzate, a volte a tenuta stagna e insonorizzate, altre volte che lasciano passare suoni, oppure filtrano la luce, altre ancora hanno spiragli o finestre da cui si possono intravedere parti di ciò che contengono. Noi restiamo tra una saracinesca e l’altra a vivere quel che resta del mondo, mentre dai nostri aldilà ci arrivano dei segnali che spesso non sappiamo interpretare.

Questo accade agli adulti, che hanno un emisfero destro maturo specializzato nella codifica delle informazioni, grande analizzatore di dati, elaboratore di un linguaggio verbale universale, inventore del tempo; accade agli adulti, i quali conservano nell’area della memoria verbale i punti salienti della loro vita vissuta e da questi traggono importanti indicazioni per la conoscenza di Sé stessi. Eppure, gli stessi adulti smarriscono nell’emisfero destro tracce importantissime di emozioni e immagini senza tempo, che si ripresentano nei sogni, nelle poesie, nei movimenti della danza o nelle note di una musica, nel gioco e in qualunque altra forma d’arte. Pur avendo l’emisfero sinistro perfettamente funzionante, alcune informazioni restano incastrate nell’inconscio dell’emisfero destro e pronte a svelarsi in modo criptico nei test proiettivi, nelle libere associazioni, nei sogni notturni.

L’emisfero destro è un po’ una soffitta piena di oggetti melanconici, carichi di significato, ma completamente dimenticati.

E i bambini? E i bambini che hanno un emisfero sinistro immaturo che fanno? Cosa accade quando vivono dei traumi, quando già prima dei sette anni fanno fatica a ricordare le cose accadute, anche le più importanti? Che succede ad un bambino che vive stati di abbandono o trascuratezza, che assiste ad atti di brutalità o li subisce, che sperimenta un trattamento violento o umiliante a scopi educati?

Il bambino rimane cristallizzato in quell’attimo, immortalato all’età posseduta al momento del trauma. Se neonato, neonato resta, segregato dietro una saracinesca, se treenne, treenne continua ad essere e a provare paura dietro un’altra saracinesca. Freud diceva che la persona si “fissa” in una fase dello sviluppo, quella antecedente il momento del trauma. E a crescere e a diventare grande secondo Winnicott sarebbe invece un Falso Sé. La Fisher dice che il bambino tra le saracinesche cresce, mentre piccoli sé vengono sequestrati e tenuti segreti dietro le saracinesche, come la bella addormentata nel bosco che nel suo sonno incantato non può invecchiare. Come matriosche piccoline quelle parti restano all’interno in un sempiterno tormento mentre il Sé della vita che va avanti impara come può a fare del suo meglio. E lo fa in modo autentico e genuino, portando inconsapevolmente il carico dei traumi passati. E siccome ognuno di noi è sopravvissuto a diverse esperienze traumatiche, è possibile che conteniamo nella nostra personalità altrettante parti piccole di età diverse, che hanno quindi modi di parlare diversi a seconda della loro età, modi di pensare e di comportarsi diversi e bisogni ed emozioni tipici del loro livello di sviluppo. Mentre il Sé della vita di oggi ha l’età anagrafica come da certificato di nascita.

giovedì 29 settembre 2022

 





N. 4 Piccoli traumi quotidiani.

Ieri al lago ho visto due bambini piccolissimi mano nella mano, con i loro costumini e  cappellini in testa. Due bambini di appena tre anni che parlavano tra loro mentre alcuni adulti li seguivano ad una certa distanza. Erano bellissimi, così piccoli e nello stesso tempo così seri, presi da una improbabile conversazione, impegnati nel camminare e nel guardarsi. Saranno stati alti 40 cm, paffuti, dolci e teneri…non ho potuto fare a meno di pensare come sarebbe stato facile traumatizzarli.

Avete mai visto un bambino di tre anni che assiste ad una brutta lite tra adulti oppure che viene sgridato violentemente dal genitore?  Avete notato il suo corpo immobilizzarsi, gli occhi sbarrati, il petto scosso dai battiti del cuore accelerati? Avete visto la sua espressione confusa e spaventata? Se lo avete visto così come io ve lo descrivo vuol dire che quel bambino non è avvezzo a cose simili. Un altro bambino nella stessa situazione resta apparentemente tranquillo fissando un punto sospeso nel vuoto, la sua espressione può sembrare indifferente, quando invece non reagisce con una certa agitazione motoria che viene scambiata per vivacità. Quest’altro bambino potrebbe essere abituato ad essere coinvolto in scene violente. Ma anche per lui c’è stata una prima volta in cui, colto di sorpresa, è rimasto congelato, piccolo essere umano in un mondo di giganti violenti. Quando un bambino ha paura corre dai genitori per ricevere protezione. Così fanno anche i cuccioli di altre specie mammifere. La natura ci ha dotato di due istinti fondamentali, quello di esplorazione che porta i cuccioli ad allontanarsi sempre di più dal genitore per andare a conoscere l’ambiente intorno, e quello di attaccamento che consente loro di tornare alla tana per assicurarsi protezione e nutrimento. I pericoli dovrebbero essere nell’ambiente esterno, dove ci si deve muovere con cautela ed essere pronti a difendersi o a fuggire. In casa propria si dovrebbe poter dormire, chiudere gli occhi e rilassarsi. Il mio gatto si mette a zampe all’aria mostrando la pancia sicuro che al massimo si becca qualche grattatina. Un bambino con attaccamento sicuro è forte e tranquillo quando esplora perché ha sperimentato la sicurezza e l’amore in casa.

I bambini traumatizzati hanno un attaccamento insicuro. Non possono rilassarsi a casa propria, temono le reazioni dei loro genitori, si sentono in pericolo in qualsiasi momento, rischiano botte, insulti e nella peggiore delle ipotesi l’abbandono. Sì, perché botte, sgridate, umiliazioni e trascuratezza sono preferibili al peggio: restare soli senza mamma e senza papà.

Riflettevo sul senso di vuoto che i bambini traumatizzati sentono dentro sé stessi. Un vuoto che da adulti vorrebbero riempire in qualsiasi modo e che genera un malessere insopportabile. L’invisibilità è l’incubo dei bambini, Scola nel film La famiglia descrive la disperazione del bambino che crede di essere diventato invisibile a tutti. Non esistere per nessuno, non essere nella mente degli adulti di riferimento, avere conferma di non essere pensato, immaginato, intuito né percepito è per il bambino come essere diventato invisibile. Il vuoto è fuori, come perdersi nel deserto, sentire il silenzio assordante e l’angoscia crescente che ti attanaglia. Il vuoto è ciò che si rispecchia nell’animo quando si è invisibili alle persone che contano. Io non esisto se non vengo percepito e non ricevo riscontro da nessuno…di contro vedo alberi di castagno ed erba frusciante al vento, uccelli volare nel cielo e insetti sulla terra, grappoli di frutta e odori di fiori e di rovi secchi o di umidità all’alba…la natura acquieta l’ansia di un mondo privo di vita dentro un appartamento cittadino in cui non c’è altro da fare che guardare un monitor. Il vuoto è una sensazione che si imprime nel corpo di un bambino, traumatizzato dall’essere invisibile o dall’essere scambiato per un altro bambino, cioè per quello che è nella mente dei suoi genitori e che è ben diverso da lui, uno che porta il suo stesso nome e le sue stesse fattezze. Se lui vuole mangiare invece il bambino amato magari è sazio e lo fanno riposare, se lui ha bisogno di coccole, invece l’altro preferito a lui viene portato a fare sport con entusiasmo, se lui è triste o ha paura, l’altro viene apprezzato per la sua buona educazione, perché sa stare al suo posto senza lamentarsi. Questa solitudine e questo tradimento posso riflettere un vuoto che un giorno qualcuno diagnosticherà come il sintomo distintivo del borderline.

I due bambini di tre anni sul prato del lago sono spariti alla mia vista lasciandomi un sorriso sul viso e il ricordo di quelle manine l’una nell’altra. Nella mia mente invece si sovrappongono figure di bambini di svariate età impauriti. Bambini che affrontano la solitudine. Bambini che temono il rientro dei loro genitori e nello stesso tempo temono che non ritornino mai più. Bambini che fanno fatica a tirare avanti. Bambini che però si abbottonano il grembiule di scuola, un bottone dopo l’altro dentro le asole, con perizia, mettendoci tutta l’attenzione possibile, la massima concentrazione. Bambini che corrono verso il campo di calcio dando l’anima per un passaggio azzeccato e un goal. Bambine che saltano la corda o giocano all’estatico ridendo. Alzano la mano all’interrogazione oppure copiano sotto il banco. Il dolore che li assale a casa non c’è, passato, non esiste la paura, non esiste l’umiliazione e neanche il vuoto. Il cervello ha creato un compartimento stagno in cui mettere le cose brutte, quello che resta è la Vita che va avanti e la possibilità di essere felici.

giovedì 22 settembre 2022

 




N.3

Dalla preistoria ad oggi i bambini sono cresciuti e diventati adulti a suon di traumi.

Un tempo non lontano si usava minacciarli di abbandono, li si riempiva di botte oppure si chiudevano in luoghi bui dove scontare dei castighi per frenare la loro vivacità. Questo i nonni se lo ricordano bene. C’erano i sensi di colpa tipo mi farai morire, gli insulti del genere maledetto il giorno in cui sei nato, le umiliazioni come tirati giù i calzoni che ti frusto con la cinghia. Dolore morale e dolore fisico si mettevano insieme per rafforzare lo stato di soggezione. Qualche genitore si vantava di non aver mai dovuto percuotere il proprio figlio perché bastava uno sguardo per fargli fare la pipì addosso. Fiducia cieca, ubbidienza e sottomissione erano i requisiti richiesti ai bambini. Urla e invettive colpivano anche i più piccoli. Abbandonare i neonati in culla perché piangessero sino allo sfinimento era consuetudine, specie nelle famiglie con tanti marmocchi. Quando non erano gli adulti a “maltrattare” ci pensavano i fratelli a fare da bulli, il più grande ai più piccoli, e i piccolissimi se la prendevano con le bestiole di casa. Una volta qualcuno mi ha detto che non ero una brava madre perché era evidente che i miei figli non avevano paura di me. Io sono stata sempre gentile con i miei figli. Bussavo alla loro porta quando avevano meno di due anni chiedendo permesso. Al telefono chiedevo per prima cosa, ti sto disturbando? Ho insegnato loro l’empatia e il rispetto attraverso l’esempio. Li ho sempre salutati prima di andare via affidandoli a qualcuno di loro conoscenza, promettendo e mantenendo che sarei tornata presto. Ho spiegato loro le cose della vita attraverso storielle di mia invenzione in modo che potessero apprendere con curiosità le conseguenze di certe azioni: Ciccio Piccio non voleva star seduto sul seggiolino dell’auto. Ma sua mamma frenò all’improvviso e Ciccio Piccio volò via come un piccione ad ali spiegate andando a sbattere sul tergicristallo anteriore. Si spaccò la testa, andò in ospedale e il dottore gliela ricuci con ago e filo… si prese uno spavento terribile, da quel giorno chiese lui stesso alla mamma, per favore mi leghi al seggiolino?

Tra un grazie e un per favore miei a loro, hanno imparato la gentilezza e la buona educazione senza che io gliela insegnassi…pur non avendo mai avuto l’intenzione di traumatizzarli, sono certa di averlo fatto almeno una volta, inavvertitamente, ma sono consapevole di non averlo fatto come metodo educativo.

Nessun ragazzino è morto per educazione violenta, un tempo si veniva su bene con questi metodi, non come adesso! Eppure, noi psicoterapeuti sappiamo quanto questo tipo di educazione sia traumatica e comporti una serie di conseguenze sullo sviluppo psicologico della persona. Il tratto distintivo del trauma infantile è dato dal subire una violenza in quello che si ritiene essere un ambiente familiare e sicuro e dal venire maltrattati e spaventati da chi dovrebbe offrire protezione. Quando in famiglia sono proprio i genitori a incutere paura, sofferenza, umiliazione, allora ci sono gli estremi per una violenza psicologica traumatica.

La meccanica del trauma e le difese inconsce adottate dal sistema nervoso:

Gli studi sui sopravvissuti alla guerra del Golfo, all’attentato delle torri gemelle o ad altre gravi tragedie, hanno dimostrato, attraverso esami quali tac e risonanza magnetica, cosa avviene nel cervello dopo un trauma e in presenza di situazioni che potrebbero richiamarlo alla memoria.

Un segnale di allarme, come ad esempio un forte rumore, oppure la vista di un’auto che ci viene addosso, colpisce i nostri sensi recettori e viaggia sino al cervello che lo elabora. Il segnale di allarme prende due vie: una più veloce che colpisce il sistema nervoso mammaliano, sotto gli emisferi cerebrali, e una impercettibilmente più lenta che arriva alla corteccia cerebrale. La prima via consente una reazione immediata automatica che non necessita di un tempo di elaborazione. La seconda invece attiva un processo di analisi dell’informazione che consente di decidere quale reazione adottare. In questo modo possiamo evitare l’auto in corsa che non rispetta l’attraversamento pedonale senza sapere neanche come, semplicemente attivando un istinto all’arretramento. Certe reazioni devono essere necessariamente istantanee per salvarci la vita. Altre volte ci accorgiamo in un secondo momento, e dopo un forte spavento, che quello che sembrava un agguato in realtà era il movimento innocuo di un ramo d’albero.

Quindi, io immagino una stradina che ha come porta d’accesso gli occhi, che ad un certo punto si biforca. Una via è la scorciatoia che conduce in fretta e furia al centro di difesa immediata e automatica, l’altra via è più lunga e arriva invece alla torre di controllo e di valutazione che accerta la presenza del pericolo reale e può bloccare l’azione di difesa o farla proseguire.

Se lo spavento, il dolore, lo shock sono tanto intensi da risultare traumatici succede che la via verso la torre di controllo si blocca. La torre di controllo si trova nell’emisfero sinistro, è un elaboratore di dati e oltre a programmare le azioni da intraprendere si occupa dell’archiviazione delle informazioni inserendole in file di memoria dove possono essere recuperati in futuro e all’occorrenza. Chiudendosi la via preferenziale che porta al centro di elaborazione, le informazioni inerenti alla situazione di pericolo, di sofferenza fisica e/o psicologica, si frantumano e sparpagliano, come quando si stuzzica con un rametto l’ingresso di un formicaio e la fila ordinata di formiche si trasforma in un caotico fuggi fuggi generale. Alcune informazioni si dirigono verso l’emisfero destro e si imprimono nella memoria come fotogrammi o suoni o scene frammentate senza riferimenti temporali o nessi causali, altre si fissano come emozioni o come sensazioni, nulla va veramente perso, come casa che nasconde, ma non ruba.

Può accadere quindi che la persona che subisce un trauma non possa raccontare con chiarezza, seguendo un ordine temporale e un nesso causale, il concatenarsi degli eventi. L’esperienza traumatica è un po’ nascosta alla coscienza, c’è e non c’è. Questo permette alle persone di continuare la loro vita “come se non avessero vissuto il trauma”, invece che venirne completamente sovrastati e annientati per sempre.

venerdì 16 settembre 2022




 

N.2

I traumi e la frammentazione del Sé.


La Psicologia (dialogo sulla psiche) descrive ciò che tutti sappiamo: un po’ come spiegare la figura umana, che anche se non abbiamo uno specchio basta guardare un’altra persona, e un’altra, e un’altra ancora e poi riconoscere cosa abbiamo in comune…la pelle, gli organi interni, una colonna vertebrale anche se con cifosi o scoliosi o lordosi diverse…siamo tutti uguali e diversi nella similarità.

Di solito, quando parlo di psicologia, mi riesce di farlo in modo chiaro anche per un bambino perché quello di cui parlo è ciò che anche lui sente, pensa, fa. E se lo può capire un bambino lo possono comprendere anche i grandi. Ma parlare è più facile, c’è la voce e lo sguardo e con il corpo si può far vivere anche quello che non è immanente, passato o futuro che sia. Affabulare è mettere le cose negli occhi, creare melodia nelle parole, ritmo, gioco e vivacità, è afferrare l’attenzione di chi ascolta mentre si emoziona. Pare che l’intero sistema nervoso, dal centro del cervello superiore alle estreme periferie nervose, si attivi e si sintonizzi creando un contatto tra chi parla e chi ascolta.

Scrivere è un’altra cosa, non c’è ora chi legge e non ci sarò io quando avrò smesso di scrivere e verrò letta. Le parole scritte seguono altre leggi in cui il corpo e la presenza si dispiegano in modi misteriosi e imprevedibili. Ci provo. Vediamo cosa riesco a fare.

Il primo scopo di questo e dei futuri articoli è la diffusione del modello psicoterapeutico di Janina Fisher ai non addetti ai lavori. Ho consigliato il suo libro, Guarire la frammentazione del Sé, ai miei clienti, ma lo hanno trovato un po’ tecnico e in alcune parti duro da leggere. Janina spiega come i traumi infantili producano la frammentazione del Sé che è alla base della infelicità delle persone adulte e delle loro difficoltà relazionali e di adattamento alla vita. Ma cosa sono i traumi?

Negli ultimi anni gli psicologi parlano molto di trauma. Credo lo facciano anche ortopedici, osteopati, fisiatri, ecc. I traumi sono scritti sul nostro corpo e restano a testimoniare delle storie. Sto parlando di quella volta che sei andato ad urtare alla gamba del tavolo con il piede nudo. L’ultimo dito del piede ha avvertito un dolore lancinante che ti è arrivato in gola e hai urlato, poi si è gonfiato ed è diventato tutto rosso. Per un po’ non hai camminato. Poi è passato. È PASSATO. Qualche giorno dopo neanche te lo ricordavi più. Eppure, dopo tanti anni, quando urti quel dito da qualche parte vedi le stelle, allora sì che te lo ricordi di quella prima volta.

Nulla si cancella completamente. Tutto conserva una memoria. L’iridologo ti legge il passato guardando un solo tuo occhio. L’osteopata, toccandoti, sa che ti sei fratturato un braccio, che ti hanno tolto una sedia da dietro e sei finito in un botto seduto sul pavimento.

Anche una ferita è un trauma. Di quella resta la cicatrice e più ne hai e più puoi andarne fiera, dicevo a mia figlia quando era piccola, ogni cicatrice un trofeo di esperienze di vita, in cui il dolore vissuto e superato rappresenta il sapore, il valore, il senso di ciò che è accaduto.

Insomma, i traumi sono rotture, ferite, privazioni, ecc.

Come pensare di vivere senza traumi! Ma ci sono traumi e traumi.

E ci sono i traumi psicologici, quelli che vanno a colpire il sistema nervoso e generano delle reazioni che le neuroscienze stanno studiano da un ventennio e finalmente stanno misurandone l’entità e le conseguenze. Spesso nefaste.

Il nostro sistema nervoso si attiva, secerne ormoni, si modifica e crea reazioni, si spegne e rallenta. Noi sentiamo il cuore battere più velocemente o il respiro bloccarsi quando abbiamo paura, avvertiamo tensioni o vampate di calore a seconda dello stato emotivo, sudiamo se in ansia, sbadigliamo se annoiati…l’eloquio accelera come il nostro pensiero quando ci eccitiamo oppure la gola si secca e gli occhi si sbarrano se il panico si impossessa di noi. Il sistema simpatico si attiva, oppure il parasimpatico…ci viene mal di pancia per l’ansia e corriamo al gabinetto.

Siamo animali con un’anima rettile (tipo il fil di ferro che si mette nei pupi di cartapesta), con una consistenza mammifera fatta di istinti ed emozioni e con un cappello primate capace di pensieri razionali. Il nostro corpo intero è traumatizzato quando vive uno shock, uno stress prolungato,  una umiliazione o una grave perdita. I traumi sono tanti e di innumerevoli tipi e restano tutti nella memoria del corpo.

Quelli di cui parlerò sono i traumi dell'attaccamento e dell'educazione violenta.

In alcuni ambienti sociali del nostro occidente, l’educazione è diventata non violenta (qualcuno già conosce la comunicazione non violenta e le sue regole). Non sappiamo ancora esattamente le conseguenze di questo tipo di educazione. Si potrebbe saperne qualcosa attraverso comparazioni antropologiche oppure attraverso follow up di effetti osservabili nel tempo quando i bambini cresciuti con l’educazione non violenta saranno adulti. Eppure l’educazione violenta è ancora molto frequente e ottiene degli effetti a breve termine  di controllo sul comportamento infantile che ne rafforzano l’uso tra i genitori e gli adulti educanti. La violenza può essere fisica, verbale, ecc. ecc.

Ancora oggi in molte famiglie l'educazione e il controllo del comportamento si ottiene attraverso dei sistemi di costrizione fisica e psicologica. In un ambiente pieno di pericoli o che richiede uno stile di condotta molto rigido per essere accolti dal gruppo, è necessario imporre delle regole che abbiano la massima probabilità di essere rispettate. L'educazione violenta (traumatica) riesce a garantire ubbidienza, sottomissione, rigore, e quindi a seconda dei casi la sopravvivenza o l'approvazione sociale.

In un ambiente pericoloso il rischio maggiore è rappresentato dalla perdita della vita, oppure dal restare feriti gravemente. L'educazione traumatica (violenta), avrebbe dunque lo scopo di salvare la vita in una società pericolosa, facendo pagare però un costo molto elevato, perché la psiche del bambino e il suo sistema nervoso sono costretti ad organizzarsi per sopravvivere al trauma stesso e andare avanti. Le tracce di questi traumi sono indelebili e sottovalutate, perché questo adattamento creativo e intelligente del bambino traumatizzato crea, ad opera d'arte,  la personalità dell'adulto che diventerà crescendo. E quell'adulto potrà avere una parvenza di persona felice e realizzata.

Quindi, il discorso sugli effetti dei traumi non riguarda solo coloro che sono stati vittime di gravi violenze e abusi, ma riguarda anche quelli che hanno vissuto in un ambiente educante che, in buona fede, ha inferto loro dei traumi. Questo spiegherebbe come mai persone che non possono dire di avere subito degli abusi, poi, però, hanno comunque un Sé frammentato, che porta dolore, frustrazione, mal di vivere.

Dalla preistoria ai giorni nostri l'umanità ha generato adulti che da piccoli sono sopravvissuti a traumi psicologici e questa condizione è stata da sempre la normalità. Sino ad oggi.

martedì 13 settembre 2022

numero 1 La rinascita del Blog.






I miei articoli sono per la mia famiglia, per i miei amici, per i miei clienti e per tutte le persone che sono interessate, come me, al benessere personale.

Avvicinandomi alla soglia dei 60 anni, comincio a sentire il desiderio di condividere quello che ho imparato sino ad ora. Ho studiato, ho messo in pratica e ho capito cose che all’inizio mi hanno folgorato (mi sentivo illuminata, invece ne ero accecata) ma poi, finalmente, è arrivata l’ombra che ha dato i contorni reali alle cose, facendomele vedere per quello che erano.

Con il trascorrere degli anni ho scoperto il piacere di "sentirmi cresciuta", con una nuova capienza, uno spazio dentro di me disponibile a nuove scoperte.

Nello studio in cui lavoro come psicoterapeuta (che potete vedere in alcune foto del sito) incontro i miei pazienti. Nel mio studio lavoro, appunto. Faccio quello che posso, quello che ho imparato a fare a scuola e quello che la vita mi ha insegnato. Però, sento il bisogno di comunicare oltre quello spazio e quella modalità. 

Credo che questo accada a chi intraprende un percorso di vita volto a stare bene e a far stare bene gli altri, cioè a migliorare un sistema più grande di cui ci si sente parte, dove ognuno fa il suo.

Per connettermi con il mondo ho deciso di scrivere articoli.

La Psicoterapia, per cui vengo pagata, e che è il mio lavoro, è un’altra cosa. Scrivere questi articoli non è un lavoro, è una mia necessità. Quindi ringrazio già da ora chi li vorrà leggere e vorrà dirmi cosa ne pensa.

I temi che vorrei trattare riguardano

·        il manuale di Janina Fisher, guarire la frammentazione del Sé;
·        l’ascolto e la comunicazione efficace con i bambini;
·        il metodo della terapia dialettico comportamentale per gli adulti che si relazionano con gli adolescenti;
·        la mediazione familiare che fa crescere la coppia genitoriale anche dopo la separazione.

Invierò il link degli articoli alle persone che immagino essere interessate a questi argomenti, con la richiesta di leggerli sino in fondo solo se li trovano interessanti e utili. In questo caso mi aspetto che li inviino a loro volta a persone di propria conoscenza.

I testi da cui traggo spunto sono stati scritti dai loro autori per un lettore professionista e potrebbero risultare difficili da comprendere ai non addetti ai lavori. Io cerco di tradurre in un linguaggio semplice quello che loro trasmettono, perché mi sembra che ce ne sia bisogno. Il manuale di Janina Fisher spiega come interpretare il malessere psicologico e come trattarlo. Gordon e la DBT insegnano a comunicare correttamente con i bambini e con gli adolescenti e la Mediazione familiare aiuta i genitori a fare meno male possibile ai loro figli durante e dopo la separazione.

Queste nuove conoscenze vorrei alleviassero paure e rendessero più consapevoli della possibilità di incidere sulla propria vita. Ci sono dolori inevitabili e problemi concreti che si incontrano durante il nostro cammino. La vita non è sempre serena. Per questo motivo trovo ingiusto che si soffra anche quando in realtà le cose vanno bene. Eppure, è così. Spesso il dolore arriva da dentro e altre volte ce lo procuriamo da soli, senza saperlo.

Ci sono svariati modi per vivere più serenamente e curare le proprie ferite interiori, c’è ad esempio la religione e la spiritualità in generale, lo sport, il volontariato o l’impegno politico. Le psicoterapie sono un percorso di cura impegnativo e costoso in cui un’altra persona, preparata a farlo, introduce il cliente a visioni che portano verso il cambiamento. La psicoterapia può essere molto potente.

I miei articoli non tolgono nulla alla psicoterapia, anzi ne parlano volentieri. Non vogliono sostituirsi all’esperienza concreta, ma possono aiutare a comprendere quello che io stessa ho compreso, con infinito piacere, sulla psicologia umana.

Questa comprensione vorrei generasse nel lettore la capacità di scegliere tra le diverse alternative di vita e di cura. Vorrei offrisse una bussola e una mappa a chi naviga nel mare aperto e ha perso i riferimenti o non li ha mai avuti.

Mi piacerebbe incuriosire, divertire o entusiasmare.

Ovviamente il contenuto di questi articoli è prima di tutto la MIA visione della psicologia e della psicoterapia. Parlano anche molto di me, lo ammetto.

Qualcuno potrebbe detestare quello che dico o semplicemente non condividerlo. Ma io spero che qualcun altro possa incrociare il suo sguardo con il mio e riconoscersi nelle mie parole come io mi sono riconosciuta in quelle degli autori da cui traggo insegnamento e di cui scrivo. Io senza di loro non sarei quello che sono ora, e per sempre li ringrazio, perché hanno saputo usare gli argomenti giusti per me, le parole giuste per me, e svelare quello che nel mio cuore io già sentivo come vero, senza saperlo esprimere.

Loro hanno generato una connessione con me attraverso i loro libri, che ha liberato la mia coscienza. Io spero di fare altrettanto: di raccontare qualcosa che sia acqua su un seme interiore, che lo aiuti a germogliare, a crescere, a fiorire e dare frutti. Per rendere la vita più bella.

 

 




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